mercoledì 28 febbraio 2007

Il Papa: ho conosciuto il Cammino, ''molte complicazioni'' anche oggi

Durante l'Incontro con il clero e i parroci di Roma Benedetto XVI affronta il tema della presenza dei movimenti ecclesiali nelle parrocchie: l'unico riferimento esplicito è per il Cammino. "Andiamo avanti così!", ma i problemi non sono nascosti.

Lo scorso giovedì 22 febbraio 2007 il Papa, nell'aula della Benedizione in Vaticano, ha incontrato i parroci e il clero della diocesi di Roma per il tradizionale appuntamento di inizio Quaresima. Dopo l'indirizzo di omaggio rivolto dal cardinale vicario Camillo Ruini, nove sacerdoti hanno preso la parola per interrogare il papa su aspetti specifici della loro missione. La sala stampa della Santa Sede ha reso nota una sintesi degli interventi dei sacerdoti e la trascrizione integrale delle parole che il Papa ha pronunciato a braccio.
Uno dei sacerdoti ad intervenire è stato padre Gerardo Raul Carcar, appartenente alla Comunità dei Padri di Schönstatt, arrivato a Roma sei mesi fa dall'Argentina, e oggi vicario cooperatore della Parrocchia di San Girolamo a Corviale. Nella sua domanda ha introdotto il tema dei movimenti ecclesiali e delle nuove Comunità, come dono provvidenziale per i nostri tempi. "Si tratta di realtà che hanno uno slancio creativo, vivono la fede e cercano nuove forme di vita per trovare una giusta collocazione missionaria nella Chiesa", si legge nella sintesi fornita alla stampa. Al papa il religioso ha chiesto un consiglio su come inserirsi per sviluppare realmente un ministero di unità nella Chiesa universale. E la risposta del papa - nella quale Benedetto XVI cita apertamente il Cammino Neocatecumenale - è stata questa:

«Grazie per questa domanda. Mi sembra che Lei abbia citato le fonti essenziali di quanto posso dire sui Movimenti. In questo senso la sua domanda è anche una risposta. Vorrei subito precisare che in questi mesi ricevo i Vescovi italiani in visita «ad limina» e così posso un po' meglio imparare la geografia della fede in Italia. Vedo tante belle cose insieme con i problemi che conosciamo tutti. Vedo soprattutto come la fede sia ancora profondamente radicata nel cuore italiano, anche se, naturalmente, in molti modi è minacciata nelle odierne situazioni. I Movimenti accettano anche bene la mia funzione paterna di Pastore. Altri sono più critici e dicono che i Movimenti non si inseriscono. Penso che realmente le situazioni sono diverse, dipende tutto dalle persone in questione. Mi sembra che abbiamo due regole fondamentali, delle quali Lei ha parlato. La prima regola ce l'ha dato San Paolo nella Prima Lettera ai Tessalonicesi: non spegnere i carismi. Se il Signore ci dà nuovi doni dobbiamo essere grati, anche se a volte sono scomodi. Ed è una bella cosa che, senza iniziativa della gerarchia, con una iniziativa dal basso, come si dice, ma con una iniziativa anche realmente dall'Alto, cioè come dono dello Spirito Santo, nascono nuove forme di vita nella Chiesa, come del resto sono nate in tutti i secoli.
Inizialmente erano sempre scomode: anche San Francesco era molto scomodo e per il Papa era molto difficile dare, finalmente, una forma canonica ad una realtà che era molto più grande dei regolamenti giuridici. Per San Francesco era un grandissimo sacrificio lasciarsi incastrare in questo scheletro giuridico, ma alla fine è nata così una realtà che vive ancor oggi e che vivrà in futuro: essa dà forza e nuovi elementi alla vita della Chiesa.
Voglio solo dire questo: in tutti i secoli sono nati Movimenti. Anche San Benedetto, inizialmente, era un Movimento. Si inseriscono nella vita della Chiesa non senza sofferenze, non senza difficoltà. San Benedetto stesso ha dovuto correggere l’iniziale direzione del monachesimo. E così anche nel nostro secolo il Signore, lo Spirito Santo, ci ha dato nuove iniziative con nuovi aspetti della vita cristiana: vissuti da persone umane con i loro limiti, esse creano anche difficoltà.
Prima regola dunque: non spegnere i carismi, essere grati anche se sono scomodi. La seconda regola è questa: la Chiesa è una; se i Movimenti sono realmente doni dello Spirito Santo, si inseriscono e servono la Chiesa e nel dialogo paziente tra Pastori e Movimenti nasce una forma feconda dove questi elementi diventano elementi edificanti per la Chiesa di oggi e di domani.
Questo dialogo è a tutti i livelli. Cominciando dal parroco, dal Vescovo e dal Successore di Pietro è in corso la ricerca delle opportune strutture: in molti casi la ricerca ha già dato i suoi frutti. In altri si sta ancora studiando. Ad esempio, ci si domanda se dopo cinque anni di esperimento, si debbano confermare in modo definitivo gli Statuti per il Cammino Neocatecumenale o se ancora ci voglia un tempo di esperimento o se si debbano forse un po' ritoccare alcuni elementi di questa struttura.
In ogni caso, io ho conosciuto i Neocatecumenali dall'inizio. E’ stato un Cammino lungo, con molte complicazioni che esistono anche oggi, ma abbiamo trovato una forma ecclesiale che ha già molto migliorato il rapporto tra il Pastore e il Cammino. E andiamo avanti così! Lo stesso vale per gli altri Movimenti.
Adesso come sintesi delle due regole fondamentali direi: gratitudine, pazienza e accettazione anche delle sofferenze che sono inevitabili. Anche in un matrimonio ci sono sempre sofferenze e tensioni. E tuttavia vanno avanti e così matura il vero amore. Lo stesso avviene nella comunità della Chiesa: abbiamo pazienza insieme. Anche i diversi livelli della gerarchia - dal parroco, al Vescovo, al Sommo Pontefice - devono avere insieme un continuo scambio di idee, devono promuovere il colloquio per trovare insieme la strada migliore. Le esperienze dei parroci sono fondamentali, ma poi anche le esperienze del Vescovo e, diciamo, la prospettiva universale del Papa hanno un proprio luogo teologico e pastorale nella Chiesa.
Quindi, da una parte, questo insieme di diversi livelli della gerarchia; dall'altra, l'insieme vissuto nelle parrocchie, con pazienza e apertura, in obbedienza al Signore, crea realmente la vitalità nuova della Chiesa.
Siamo grati allo Spirito Santo per i doni che ci ha dato. Siamo obbedienti alla voce dello Spirito, ma siamo anche chiari nell'integrare questi elementi nella vita: questo criterio serve, alla fine, la Chiesa concreta e così con pazienza, con coraggio e con generosità certamente il Signore ci guiderà e ci aiuterà».

Cammino Neocatecumenale: non sono bastonate, però…


ROMA – Rispetto delle regole: quelle dettate del papa, quelle suggerite dai vescovi, quelle volute dai parroci. Rispetto delle regole e rispetto delle persone, nelle realtà parrocchiali del nostro paese e in quelle dei territori di missione. Ruotano ancora una volta intorno al principio dell’unità della Chiesa le notizie sul Cammino Neocatecumenale, protagonista - suo malgrado – di due episodi che rendono evidente come ancora lungo sia il percorso da compiere per instaurare a pieno titolo e senza alcuna riserva questo itinerario di formazione nella realtà della Chiesa universale. Un percorso che intanto si avvicina ad una data importante, quella del prossimo giugno, quando il Pontificio Consiglio per i Laici dovrà decidere se approvare in via definitiva gli Statuti del Cammino, in vigore dal giugno 2002 per un periodo di prova limitato a cinque anni: una scelta niente affatto scontata se perfino il papa – appena una settimana fa – si è domandato in pubblico, di fronte ai sacerdoti della sua diocesi, se dopo cinque anni di sperimentazione si debbano confermare in modo definitivo gli Statuti del Cammino, o se non sia invece necessario un ulteriore tempo di sperimentazione, o - ancora - se si debbano perfino "ritoccare" alcuni elementi della struttura del Cammino.

Se, cioè, a quarant’anni esatti dalla nascita della prima comunità neocatecumenale, è il successore di Pietro a porsi questa domanda e a parlare apertamente di “molte complicazioni”, e se sono ancora tanti i vescovi scettici sulla completa bontà del percorso ideato dagli iniziatori del Cammino, e se ancora a distanza di anni le congregazioni vaticane competenti non hanno espresso un giudizio definitivo sul Direttorio Catechetico (l’insieme degli insegnamenti di Kiko Argüello e Carmen Hernández, cuore pulsante di questo percorso di riscoperta del Battesimo), è evidente che c’è qualcosa che non va. Che ancora non va. E questo sia dal punto di vista liturgico (con le direttive impartite dalla Congregazione per il Culto Divino nel dicembre 2005, e poi ribadite da Benedetto XVI nel gennaio 2006, che ancora non trovano completa applicazione nella realtà concreta) sia dal punto di vista dottrinale. Ad essere in gioco è la piena aderenza del Cammino agli insegnamenti della Chiesa, nonché le modalità con cui questi insegnamenti trovano concreta attuazione nelle parrocchie di tutto il mondo.

Nell’ultima settimana due “rilievi” sono arrivati ai responsabili del Cammino Neocatecumenale: una lettera dai toni fermi e severi scritta dai vescovi cattolici della Terra Santa alle comunità neocatecumenali stanziate nella regione e un discorso pronunciato a braccio niente meno che da papa Benedetto XVI. Due episodi che si inseriscono così nel complesso quadro del percorso verso il pieno e completo riconoscimento vaticano della realtà ecclesiale sorta quattro decenni fa.
 

È il dodici gennaio 2006, Udienza del papa al Cammino Neocatecumenale. In primo piano Kiko Argüello che, al microfono, presenta a Benedetto XVI duecento famiglie che si accingono a partire in missione. Il papa osserva e risponde al saluto delle famiglie.
(Foto di Daniele Colarieti - Catholic Press Photo)

IL PAPA - Le parole del papa sono risuonate giovedì scorso, 22 febbraio, nell’aula delle Benedizioni in Vaticano, dove il pontefice ha incontrato i parroci e il clero della diocesi di Roma in un appuntamento divenuto ormai una tradizione di inizio Quaresima. In quell’occasione Benedetto XVI ha ascoltato nove domande da parte di parroci e sacerdoti, rispondendo loro immediatamente dopo. Nessun testo scritto preparato in precedenza, dunque, ma semplici considerazioni, a braccio, sui temi esposti dai rappresentanti del clero romano. Quando ad essere evocato è stato il tema dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità, e della necessità che tali realtà si muovano in un contesto di “unità nella Chiesa universale”, papa Ratzinger ha formulato una risposta articolata in cui ha ricordato le due regole fondamentali, quella per la quale occorre “non spegnere i carismi” (i movimenti sono doni dello Spirito, per i quali bisogna “essere grati anche se a volte sono scomodi) e quella per la quale “la Chiesa è una”, per cui “se i Movimenti sono realmente doni dello Spirito Santo” essi devono inserirsi nella Chiesa e servirla, con sullo sfondo un “dialogo paziente e fecondo” con i Pastori (cioè con il papa e i vescovi).

Se dunque Benedetto XVI ha ricordato che molte nuove forme di vita nella Chiesa sono nate dal basso, che anche benedettini e francescani sono nati come “movimento” per poi inserirsi “non senza sofferenze e non senza difficoltà nella vita della Chiesa”, quando ha dovuto affrontare in modo esplicito il tema dell’unità all’interno della Chiesa l’esempio concreto portato dal papa è stato uno solo: quello del Cammino Neocatecumenale. “Il dialogo fra pastori e movimenti è a tutti i livelli. Cominciando dal parroco, dal vescovo e dal successore di Pietro è in corso la ricerca delle opportune strutture: in molti casi la ricerca ha già dato i suoi frutti. In altri si sta ancora studiando. Ad esempio, ci si domanda se dopo cinque anni di esperimento, si debbano confermare in modo definitivo gli Statuti per il Cammino Neocatecumenale o se ancora ci voglia un tempo di esperimento o se si debbano forse un po' ritoccare alcuni elementi di questa struttura. In ogni caso, io ho conosciuto i Neocatecumenali dall'inizio. E’ stato un cammino lungo, con molte complicazioni che esistono anche oggi, ma abbiamo trovato una forma ecclesiale che ha già molto migliorato il rapporto tra il Pastore e il Cammino. E andiamo avanti così! Lo stesso vale per gli altri Movimenti”.

Di un testo parlato è sempre bene non fare una “esegesi” biblica, ma certamente nella spontaneità e nella maggiore libertà di un colloquio orale non possono passare inosservati gli accenni ai punti critici della struttura neocatecumenale, che il papa ipotizza possa anche essere “ritoccata”: accanto alla possibilità di una conferma definitiva degli Statuti, infatti, restano plausibili nelle sue parole gli altri due sbocchi giuridici, quello di una proroga al periodo di sperimentazione degli Statuti e quello di un vero e proprio ritocco ad alcuni elementi della struttura. Qualcosa che non va, insomma, e che va cambiato. Pur con tutta la cautela del caso, il messaggio che arriva dal discorso papale non è un segnale di poco conto, a quattro mesi dalla scadenza del primo quinquennio “ad experimentum”. “Molte complicazioni” – dice il papa – ci sono state in passato e molte “esistono anche oggi”, nonostante il lungo cammino (qui evidentemente inteso con la c minuscola, nel senso di percorso, e non con la maiuscola, così come invece si legge nel testo diffuso dalla sala stampa della Santa Sede, ndr) e per quanto il rapporto fra vescovi e Cammino sia “già molto migliorato” appare evidente che molto resta ancora da fare. “Andiamo avanti così”, cioè continuiamo su questa strada di confronto e dialogo, conclude Benedetto XVI.

L'iniziatore del Cammino Neocatecumenale Kiko Argüello con il cardinale Joseph Ratzinger. Una delle foto che testimonia gli incontri del futuro papa Benedetto XVI con il Cammino.

I VESCOVI DI TERRA SANTA – Ancora più ferma e significativa è la presa di posizione degli ordinari cattolici della Terra Santa, che ai membri delle comunità neocatecumenali presenti nelle loro diocesi hanno inviato una lettera tanto educata nei toni quanto severa, rigorosa e drastica nella sostanza (qui il testo integrale). Nella missiva, primo firmatario il patriarca latino di Gerusalemme Michel Sabbah, i vescovi formulano alcune richieste che vanno evidentemente a toccare le modalità concrete della presenza neocatecumenale nelle parrocchie di Palestina, Israele e Giordania: le abitudini, i rapporti con i parroci e i vescovi, la prassi liturgica seguita, i modi di rapportarsi con i fedeli cristiani non facenti parte delle comunità del Cammino, e così via. Al di là dei riassunti piuttosto soft circolati in questi giorni, ce n’è davvero per tutti i gusti. 
 
Dopo i dovuti ringraziamenti per la presenza e l’aiuto offerti dalle comunità neocatecumenali ai fedeli, il primo riferimento è subito alla lettera della Congregazione del Culto Divino del 1° dicembre 2005 e al discorso di Benedetto XVI del 12 gennaio 2006, cioè ai due interventi più duri ed esigenti che siano piovuti sulla realtà neocatecumenale negli ultimi tempi, senza trovare peraltro – almeno finora – accoglimento pieno e totale (ma è opportuno ricordare che le direttive più importanti concedevano due anni di tempo per un completo adeguamento). “Vi domandiamo” – scrivono i vescovi – “di prendere posto nel cuore della parrocchia nella quale annunciate la Parola di Dio evitando di fare un gruppo a parte”. No dunque alla separazione della comunità neocatecumenale rispetto al resto dei fedeli cristiani: “Il vostro primo dovere, se volete aiutare i fedeli a crescere nella fede, è di radicarli nelle parrocchie e nelle proprie tradizioni liturgiche nelle quali sono cresciuti da generazioni”.
Dunque, vivere la parrocchia, non dividerla o separarla (accusa questa tra le più gettonate, fra quelle che colpiscono il Cammino) e un riferimento di non poco conto alla liturgia: “In Oriente, noi teniamo molto alla nostra liturgia e alle nostre tradizioni. E’ la liturgia che ha molto contributo a conservare la fede cristiana nei nostri paesi lungo la storia. Il rito è come una carta d’identità e non solo un modo tra altri di pregare. Vi preghiamo di aver la carità di capire e rispettare l’attaccamento dei nostri fedeli alle proprie liturgie”.  Il capire e rispettare l’attaccamento dei fedeli alle liturgie è qui la chiara trascrizione della contrarietà a pratiche liturgiche lontane dalla tradizione orientale e che invece rappresentano un punto focale dell’esperienza neocatecumenale: “Celebrate l’Eucaristia con la parrocchia e secondo il modo della Chiesa locale”, scrivono - utilizzando il modo imperativo - i vescovi, per i quali l’Eucaristia è il sacramento di “unità” della parrocchia, e non di “frazionamento”, e le celebrazioni devono essere presiedute sempre dal parroco nel caso di riti orientali e comunque “in pieno accordo con lui” nel rito latino. No alle parrocchie sfaldate, no ad una eccessiva indipendenza di giudizio e ad una esagerata libertà di azione, no a quelle liturgie che agli occhi degli orientali (e forse non solo ai loro…) potrebbero facilmente apparire eccentriche, bizzarre, stravaganti, o comunque lontane dalla tradizione.

“Ogni predicazione” – continuano i vescovi – “dovrebbe guidare i nostri fedeli negli atteggiamenti concreti da assumere nel diversi contesti della vita: vi chiediamo di predicare un Vangelo incarnato nella vita”, e dunque "nella ricerca della pace e della giustizia", "nell’atteggiamento di perdono e di amore per il nemico", nell’esigenza dei propri diritti ad iniziare dalla "dignità, dalla libertà e dalla giustizia". Ma non finisce qui, perché gli ordinari cattolici scrivono: “Vi chiediamo inoltre di mettervi seriamente allo studio della lingua e della cultura della gente, in segno di rispetto per loro e quale strumento di comprensione della loro anima e della loro storia, nel contesto della Terra Santa”. Una sottolineatura che sorprende, sia nello stile (il rafforzativo “seriamente” la dice lunga sul tono della missiva) sia nel merito, giacché da persone serie e umili - quali certamente i responsabili delle comunità del Cammino neocatecumenale in Terra Santa sono - ci si sarebbe attesi uno spontaneo orientamento verso lo studio delle caratteristiche essenziali di un popolo (lingua e cultura), in un atteggiamento di fondo improntato al massimo rispetto. Atteggiamento che evidentemente, se viene così invocato dai vescovi, è finora stato latitante.

È plausibile che – confermando una tendenza già manifestatasi a suo tempo con la missiva del cardinale Arinze, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti – la lettera degli ordinari cattolici della Terra Santa venga presentata da alcuni rappresentanti del Cammino non come una "bastonata" (secondo il gergo caro ai mass media e così tanto criticato allora dai responsabili del Cammino), ma come un riconoscimento al grande servizio reso dai neocatecumenali alla Chiesa cattolica. “Siete benvenuti nelle nostre diocesi”, scrivono infatti i vescovi, e “ringraziamo Dio per la grazia che il Signore vi ha data e per il carisma che il Santo Spirito ha effuso nella Chiesa tramite il vostro ministero della formazione post-battesimale”. “Siamo riconoscenti” – continuano – “per la vostra presenza in alcune delle nostre parrocchie, per la predicazione della Parola di Dio, per l'aiuto offerto ai nostri fedeli nell'approfondimento della loro fede e nel radicarsi nella loro propria chiesa locale, in ‘una sintesi di predicazione kerygmatica, cambiamento di vita e liturgia’”. Considerazioni, queste, certamente scritte per amore di onestà (oltre che per la comune regola della buona educazione, che in ambito ecclesiastico si concretizza spesso nella forma dell’elogio) ma che altrettanto innegabilmente non rappresentano il “cuore” della missiva: lettere come queste servono infatti per puntualizzare, per correggere, per dare direttive, e non per lodare o per dispensare impropri riconoscimenti. Fosse solo per quelli, non sarebbero mai state scritte. Quando dei vescovi arrivano a scrivere le cose nero su bianco, dando rilevanza pubblica alle questioni sollevate, è perché le stesse cose sono già state dette a voce, senza aver portato ad alcun risultato, o avendo ottenuto pochi apprezzabili risultati. 
Con la lettera dei vescovi di Palestina, Israele e Giordania, siamo certamente ancora lontani dai toni di duro rimprovero che in alcune occasioni, prima dell’approvazione ad experimentum degli statuti, erano stati mossi al Cammino da alcuni vescovi italiani (da una piccola minoranza di essi, s’intende). Ciò nonostante, essa rappresenta – insieme alle parole pronunciate da papa Ratzinger – un chiaro segnale del fatto che le modalità di applicazione concreta del Cammino continuano ancora a seminare dubbi e contrarietà, tanto da mettere a repentaglio perfino il doveroso rispetto delle persone e il dovuto rispetto delle regole.

In questi giorni, la vita del Cammino Neocatecumenale è andata avanti normalmente, e se Kiko Argüello è stato in Spagna, nella sua città natale, Léon, per una visita alla prima comunità neocatecumenale del mondo, formata quarant’anni fa, nel 1967, in Italia le comunità hanno ricevuto l’Annuncio della Quaresima, corredato in alcune diocesi da vere e proprie “missioni cittadine” per le strade e le piazze. Niente di nuovo sotto il sole, almeno all’apparenza. Ma il perché - alla vigilia di una decisione importante come quella del giugno 2007 - non si faccia tutto il possibile, davvero tutto il possibile, per rispondere alle legittime e doverose richieste di vescovi e papa, evitando così di alimentare critiche e rimproveri, rimane un quesito senza risposta.

giovedì 12 gennaio 2006

Neocatecumenali in Vaticano/2006: un carico di amicizia e fermezza

Giovedì 12 gennaio 2006: la giornata dei neocatecumenali. Sorrisi e grande disponibilità da parte del papa, che benedice la missione di 200 famiglie sottolineando il grande lavoro di evangelizzazione svolto dalle comunità del Cammino. Ma le sue parole sono ferme e limpide: adesione ad ogni direttiva della Chiesa, sintonia con ogni diocesi, pieno rispetto dei libri liturgici. Cronaca di un’udienza a ritmo di musica. E di ciò che il papa vuole nel futuro del Cammino.


Benedetto XVI saluta le 10mila persone che affollano l'aula Paolo VI. Sono famiglie, sacerdoti, seminaristi e catechisti del Cammino Neocatecumenale. A loro rivolge un caldo incoraggiamento, non mancando di sottolineare con parole ferme la necessità della piena aderenza alle direttive impartite dalla Chiesa.(Foto di Alessia Giuliani - Catholic Press Photo).


ROMA, 12 gennaio 2006 - Finisce con il papa che si sposta da sinistra a destra lungo l’intera Aula Paolo VI, con il papa che si mette in posa e ogni pochi metri regala alle famiglie neocatecumenali in partenza per i luoghi di missione la fotografia che testimonia il suo appoggio alla loro opera di evangelizzazione. Finisce con la perfetta intonazione di 10mila persone che cantano a gran voce (“Alleluja! Risuscitò! Ri-su-sci-tò!) – e si capisce che il canto è davvero uno dei loro punti forti. E finisce anche con i sorrisi che Francisco "Kiko" Argüello, l’iniziatore del Cammino, dispensa - una volta salutato il papa - a chiunque incroci il suo sguardo. Sarà ricordata a lungo, questa udienza, dal popolo dei neocatecumeni; sarà ricordata e raccontata e menzionata ogni qualvolta occorrerà mettere in evidenza la vicinanza di Benedetto XVI all’esperienza del Cammino Neocatecumenale. Esattamente come è stato fatto finora per gli incontri avuti in passato con Giovanni Paolo II.

E che Benedetto XVI guardi con simpatia all’esperienza del Cammino Neocatecumenale è cosa chiara. Li ha incoraggiati e li ha ascoltati, li ha applauditi e li ha incontrati. Per trenta minuti, seduto al centro del palco sulla sua sedia, il papa ha seguito un vero evento, guidato dalla sapiente regia di Kiko Argüello. Lo ha visto mentre inforcava l’immancabile chitarra, lo ha udito mentre invitava tutti al canto (“O morte! O morte! Dov’è la tua vittoria?”), lo ha osservato mentre chiedeva silenzio e mentre gli presentava, ordinatamente divise per continenti, le duecento famiglie in procinto di partire per terre lontane, per terre di missione. Lui, il papa, si univa agli applausi scroscianti: quelli diretti alle diciannove famiglie in partenza per gli USA, quelli rivolti alla sola in partenza per il Congo, e quelli che incassavano le altre centottanta coppie, dirette (quasi) in ogni angolo del pianeta.

Per cinque di queste famiglie c’è anche un incontro faccia a faccia con Ratzinger: cinque coppie e la bellezza di trentaquattro figli. La voce spagnoleggiante di Kiko sottolinea il dettaglio con tutta l’intonazione possibile, al punto che – dopo i sette figli (ciascuna) delle prime due coppie, i nove della terza e i sei della quarta – quasi si rimane male a scoprire che la quinta e ultima coppia benedetta direttamente dal papa ha “solo” cinque figli.  Ma, chissà, c’è sempre tempo per “recuperare”…

Una mattina di gioia e di entusiasmo, dunque; una mattina di fortissima carica identitaria. Famiglie, sacerdoti, seminaristi, catechisti (e qualche semplice catecumeno) acclamano il papa e festeggiano il rilancio del progetto di evangelizzazione delle “zone più scristianizzate del mondo”, già in corso da tempo. Una nuova (e una “prima”) evangelizzazione la cui urgenza è avvertita dalla Chiesa intera e che Ratzinger – da cardinale e da papa – ha sempre sottolineato.


In primo piano Kiko Argüello che, al microfono, presenta al papa le duecento famiglie che si accingono a partire in missione nell'ambito della nuova evangelizzazione lanciata dal Cammino Neocatecumenale. Il papa osserva e risponde al saluto delle famiglie. (Foto di Daniele Colarieti - Catholic Press Photo)

Ma nell’udienza di ieri non c’è stato solo questo. C’è stato molto altro, molto di più. Ci sono state le parole di Benedetto XVI, parole pronunciate con cautela e soavità, ma ugualmente limpide, chiare, incontrovertibili. Di una chiarezza disarmante. Parole che chiariscono - e in modo trasparente – il pensiero del papa riguardo a quell’itinerario di formazione che è il Cammino Neocatecumenale. Parla, il papa, mai con tono di richiamo o di imposizione, ma sempre citando le intenzioni stesse degli iniziatori del Cammino, le loro volontà, i loro obiettivi. “La vostra azione apostolica” – dice in avvio – “intende collocarsi nel cuore della Chiesa, in totale sintonia con le sue direttive e in comunione con le Chiese particolari in cui andrete ad operare”: è una sottolineatura forte, se rivolta – come è - ad un percorso di fede che vede concentrate le critiche delle quali è bersaglio in modo particolare sui due aspetti della totale adesione alle norme della Chiesa (prettamente a quelle liturgiche) e dell’armonia con le singole diocesi (e parrocchie) nelle quali esso - il percorso neocatecumenale - trova concreta attuazione. E’ questa sintonia e questa comunione che ci si attende da voi, dice in sostanza il papa, perché solo così quella “ricchezza di carismi che il Signore ha suscitato attraverso gli iniziatori del Cammino” sarà valorizzata appieno.

Ma in tema di piena adesione alle direttive della Chiesa il pensiero non poteva non andare alle vicende delle ultime settimane, con la pubblicazione della lettera riservata inviata dalla Congregazione per il Culto Divino ai responsabili del Cammino e contenente – in sei punti – alcune specificazioni riguardo alle modalità di celebrazione della messa utilizzate dalle comunità neocatecumenali. Una lettera sulla quale le (differenti) interpretazioni si sono sprecate (vedi qui i nostri precedenti articoli) e della quale ora – e non era affatto scontato – il papa ha scelto di parlare in prima persona, conferendole – almeno indirettamente – ancor più forza di quella che già aveva. Particolare di non poco conto, considerando che i rappresentanti del Cammino, non confermandone ufficialmente neppure l’esistenza, l’avevano comunque definita un semplice “strumento di lavoro” (leggi qui) nell’ambito dell’intero processo di riconoscimento ufficiale del Cammino da parte della Santa Sede.

Per parlare di questa lettera, dunque, papa Ratzinger parte anche stavolta da lontano, cioè dalla stessa “lunga esperienza” dei neocatecumeni e dall’importanza della celebrazione liturgica. Ora, afferma il papa, “proprio per aiutare il Commino Neocatecumenale a rendere ancor più incisiva la propria azione evangelizzatrice in comunione con tutto il Popolo di Dio, di recente la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti vi ha impartito a mio nome alcune norme concernenti la Celebrazione eucaristica, dopo il periodo di esperienza che aveva concesso il Servo di Dio Giovanni Paolo II”. Ebbene, suggella Benedetto XVI, “sono certo che queste norme, che riprendono quanto è previsto nei libri liturgici approvati dalla Chiesa, saranno da voi attentamente osservate”.

Un papa non chiede, un papa non invita, un papa neppure pretende. Questo papa è semplicemente “certo” che le norme da lui impartite saranno osservate; anzi, “saranno da voi attentamente osservate”, dove anche “l’attentamente” ha un suo peso specifico. E ritornano dunque in primo piano la brevità delle ammonizioni previe alle letture, la brevità e la compostezza delle risonanze prima dell’omelia, l’omelia affidata ad un sacerdote, la partecipazione almeno una volta al mese alla celebrazione della comunità parrocchiale, l’utilizzo di tutte le preghiere eucaristiche e la stretta adesione alle modalità di ricezione dell’Eucaristia – Corpo e Sangue di Cristo – previste dai libri liturgici. Tutte direttive sulle quali ci eravamo già dilungati nei giorni scorsi, ricevendone la sensazione che un cambiamento netto sia richiesto al Cammino soprattutto sulle modalità di ricevere la comunione (sempre dalle mani di un ministro competente; non seduti, ma in piedi o in ginocchio; non intorno alla mensa, ma all’altare). Un cambiamento per il quale viene concesso un periodo di transizione di due anni, periodo che il Cammino sembrava intenzionato ad utilizzare nella sua interezza. Almeno fino al discorso papale di ieri.

Discorso che in almeno altri due passaggi ha affrontato il tema della totale armonia fra Cammino Neocatecumenale da un lato e Santa Sede e singole diocesi dall’altro. “Grazie all’adesione fedele ad ogni direttiva della Chiesa” – ha affermato in uno di questi passaggi Benedetto XVI – “voi renderete ancor più efficace il vostro apostolato in sintonia e comunione piena con il Papa e i Pastori di ogni Diocesi: così facendo il Signore continuerà a benedirvi con abbondanti frutti pastorali”. E alle famiglie missionarie ha raccomandato la “partecipazione alla vita liturgica delle Chiese particolari a cui siete inviati”.

Insomma, grande evidenza sulla dimensione locale, sul tessuto di fede nel quale il Cammino va ad innestarsi. E in fondo, nascosto fra le righe, anche un auspicio: che quella realtà a macchia di leopardo che vede le comunità del Cammino Neocatecumenale fortemente incoraggiate in alcune diocesi e palesemente boicottate in altre si trasformi in una realtà a tinta unita, caratterizzata da una piena unità con la Chiesa e (mica facile) con ogni singola diocesi. Per il Cammino, una sfida nella sfida.


Ecco il testo integrale del discorso del papa

Cari fratelli e sorelle!

Grazie di cuore per questa vostra visita, che mi offre l’opportunità di inviare uno speciale saluto anche agli altri membri del Cammino Neocatecumenale disseminato in tante parti del mondo. Rivolgo il mio pensiero a ciascuno dei presenti, ad iniziare dai venerati Cardinali, Vescovi e sacerdoti. Saluto i responsabili del Cammino Neocatecumenale: il Signor Kiko Argüello, che ringrazio per le parole che mi ha indirizzato a vostro nome, la Signora Carmen Hernández e Padre Mario Pezzi. Saluto i seminaristi, i giovani e specialmente le famiglie che si apprestano a ricevere uno speciale "invio" missionario per recarsi in varie nazioni, soprattutto in America Latina.

E’ un compito, questo, che si colloca nel contesto della nuova evangelizzazione, nella quale gioca un ruolo quanto mai importante proprio la famiglia. Voi avete chiesto che a conferirlo fosse il Successore di Pietro, come già avvenne con il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II il 12 dicembre del 1994, perché la vostra azione apostolica intende collocarsi nel cuore della Chiesa, in totale sintonia con le sue direttive e in comunione con le Chiese particolari in cui andrete ad operare, valorizzando appieno la ricchezza dei carismi che il Signore ha suscitato attraverso gli iniziatori del Cammino. Care famiglie, il crocifisso che riceverete sarà vostro inseparabile compagno di cammino, mentre proclamerete con la vostra azione missionaria che solo in Gesù Cristo, morto e risorto, c’è salvezza. Di Lui sarete testimoni miti e gioiosi percorrendo in semplicità e povertà le strade d’ogni continente, sostenuti da incessante preghiera ed ascolto della parola di Dio e nutriti dalla partecipazione alla vita liturgica delle Chiese particolari a cui siete inviati.

L’importanza della liturgia e, in particolare, della Santa Messa nell’evangelizzazione è stata a più riprese posta in evidenza dai miei Predecessori, e la vostra lunga esperienza può bene confermare come la centralità del mistero di Cristo celebrato nei riti liturgici costituisce una via privilegiata e indispensabile per costruire comunità cristiane vive e perseveranti. Proprio per aiutare il Commino Neocatecumenale a rendere ancor più incisiva la propria azione evangelizzatrice in comunione con tutto il Popolo di Dio, di recente la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti vi ha impartito a mio nome alcune norme concernenti la Celebrazione eucaristica, dopo il periodo di esperienza che aveva concesso il Servo di Dio Giovanni Paolo II. Sono certo che queste norme, che riprendono quanto è previsto nei libri liturgici approvati dalla Chiesa, saranno da voi attentamente osservate. Grazie all’adesione fedele ad ogni direttiva della Chiesa, voi renderete ancor più efficace il vostro apostolato in sintonia e comunione piena con il Papa e i Pastori di ogni Diocesi. E così facendo il Signore continuerà a benedirvi con abbondanti frutti pastorali.

In effetti, in questi anni molto voi avete potuto realizzare, e numerose vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata sono nate all’interno delle vostre comunità. Oggi tuttavia è particolarmente alle famiglie che si rivolge la nostra attenzione. Oltre 200 di esse stanno per essere inviate in missione; sono famiglie che partono senza grandi appoggi umani, ma contando prima di tutto sul sostegno della Provvidenza divina. Care famiglie, voi potete testimoniare con la vostra storia che il Signore non abbandona quanti a Lui si affidano. Continuate a diffondere il vangelo della vita. Dovunque vi conduce la vostra missione, lasciatevi illuminare dalla consolante parola di Gesù: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta", ed ancora "Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini" (Mt 6, 33–34). In un mondo che cerca certezze umane e terrene sicurezze, mostrate che Cristo è la salda roccia su cui costruire l’edificio della propria esistenza e che la fiducia in lui riposta non è mai vana. La santa Famiglia di Nazaret vi protegga e sia vostro modello. Io assicuro la mia preghiera per voi e per tutti i membri del Cammino Neocatecumenale, mentre con affetto imparto a ciascuno l’Apostolica Benedizione.